21 maggio 2018

Sulla strada - Jack Kerouac {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Qualcuno di voi forse già lo sa, la scorsa settimana sono stata al Salone del libro di Torino, e quindi non ho potuto scrivere nessun articolo. In ogni caso oggi è di nuovo Lunedì e stavolta non può mancare la consueta recensione. Vi parlo di un libro molto particolare, uno di quei titoli che secondo me vanno letti nel momento giusto per essere apprezzati. Una di voi me lo ha consigliato dicendomi che è una lettura che parla di libertà, io quando l'ho scelta avevo appena finito gli esami universitari, avevo qualche giorno di dolce far niente e mi sentivo un po' ad una svolta. Ho seguito il consiglio e ho fatto bene: era effettivamente il periodo migliore per leggerlo. Da molti amato, da molti altri disdegnato, ecco la mia recensione di Sulla strada di Jack Kerouac.

Sulla strada Jack Kerouac Recensione no spoiler felice con un libro

Titolo: Sulla strada
Autore: Jack Kerouac
Editore: Mondadori
Data pubblicazione: 1957
Pagine: 362

Sulla strada racconta la folle vita di Sal Paradise negli anni della sua giovinezza, e di alcune tra le persone a lui più care, soprattutto l'ancòra più folle Dean Moriarty.
Ma Sal e Dean non sono altro che Kerouac stesso e il suo amico Neal Cassady.
Siamo davanti quindi ad un romanzo autobiografico, e lasciatemelo dire, credo che Kerouac non potesse esprimere meglio il suo modo di vivere.

Jack Kerouac e Neal Cassady

Come il titolo promette, l'autore ci racconta i suoi viaggi, le sue scorrazzate su e giù per l'America. Partenze improvvisate, organizzate in una giornata: pochi spiccioli, tanti autostop e ogni volta una mèta da raggiungere.
Denver, New York, San Francisco, Detroit, Sal non riesce a star fermo, lui e la sua compagnia sono animati da una frenesia incontrollabile, conseguenza delle infinite possibilità che l'America promette di offrire.
E le vogliono sfruttare tutte queste possibilità, vogliono accumulare più esperienze possibili: droga, donne, concerti, alcool, piccoli furti e decine e decine di lavori diversi per tirare avanti, per continuare ad andare, andare, andare.
Questo è Sulla strada: un romanzo che segue sempre lo stesso ritmo, quello della strada appunto, che scorrendo veloce sotto i piedi dei protagonisti è uno dei pochi mezzi che riesce a farli sentire vivi.

Nessuna trama quindi, nessun colpo di scena: semplicemente il racconto di una giovinezza segnata più o meno sempre dagli stessi eventi. Inizialmente ci vuole un po' di tempo per entrare nel romanzo, bisogna stare attenti a non farselo venire a noia subito, ma una volta capito l'andamento e preso il ritmo, il libro diventa magnetico.
Si sente davvero la voglia di partire, l'aria di libertà, il vento, il sole, la fatica, durante le decine di folli viaggi che ci troviamo a vivere. Sembra di essere lì con lui, Sal, e i suoi amici. Di far parte della banda.

Ma chi sono Sal, Dean e tutti gli altri? Dei giovani scapestrati con la voglia di conquistare il mondo. Sicuramente non il tipo di ragazzi che mi piacerebbe frequentare, anzi, forse esattamente il tipo di persone da cui oggi i genitori intimano di stare lontani.
Troppi vizi, troppi rischi, troppa pericolosa esuberanza. Sono la Beat Generation dell'America degli anni cinquanta, la cosiddetta "gioventù bruciata": gruppi di ragazzi che disdegnano le regole, animati da un disagio che li spinge a sperimentare droghe, riti religiosi o spirituali ed esperienze estreme. Spesso sono artisti, musicisti, scrittori. Hanno un certo fascino (Kerouac è stato fonte di ispirazione per Bob Dylan) ma sono persone fuori dalle righe.
C'è chi è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, chi è diventato tossicodipendente, chi si è sposato più volte e non ha riconosciuto i propri figli, addirittura uno di loro, Burroughs ha ucciso la moglie, forse accidentalmente, e un altro, Lucien Carr, uccise a coltellate, probabilmente per difendersi, un suo amante.
Kerouac stesso è stato in carcere, lui era uno di loro, anzi uno dei fondatori del movimento, e Sulla strada ne è il manifesto. Il manifesto della Beat Generation.

Hal Chase, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Burroughs

Come è possibile che un libro che parla di questo tipo di gioventù non dia, in un certo senso, fastidio durante la lettura?
È grazie allo stile di scrittura dell'autore, che, come vi ho già accennato, è ritmico, magnetico. Kerouac stesso la chiama prosa spontanea.
Per apprezzarla bisogna lasciarsi trasportare, adattarsi ed entrarci dentro, bisogna astenersi da giudizi e provare a vedere il mondo dalla folle prospettiva dei protagonisti. La cosa che mi ha sorpresa di più è che, incredibilmente, io ci sono riuscita, e il merito non può che essere di Kerouac stesso.

La Beat Generation non mi piace, Jack Kerouac come persona non mi piace, i suoi amici tanto meno, ma questo libro mi è piaciuto.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞
4

L'unica cosa che posso fare è quella di rigirare a voi il consiglio che è stato dato a me: leggetelo quando avete voglia di un libro che parli di libertà. E, se deciderete di farlo, fatelo senza alcuna aspettativa.
Potrebbe annoiarvi, potrebbe non fare al caso vostro, ma se invece sarà la lettura giusta, allora vi stregherà.

Se volete acquistare il romanzo, potete farlo su Amazon al seguente link, così facendo riceverò una piccola commissione dal sito, che mi aiuterà a portare avanti il blog (per voi tutto rimarrà uguale). Grazie infinite!



Vi mando un bacione,
Silvia 💘

7 maggio 2018

Ragazze Elettriche - Naomi Alderman {Recensione no-spoiler}

Buongiorno lettori,

bentornati sul blog. Non so bene come sia successo ma siamo già a Maggio! Questo si prospetta un mese impegnativo ma anche molto bello, ci sono tanti eventi letterari a giro e ad alcuni parteciperò anche io (SalTo vi dice qualcosa?). Il libro protagonista dell'articolo di oggi è un romanzo distopico pubblicato dalla casa editrice Nottetempo: Ragazze Elettriche di Naomi Alderman.
Appena è uscito ho deciso che avrei dovuto leggerlo e per di più è stato scelto anche dal gruppo di lettura di Emma Watson, Our Shared Shelf, che ogni due mesi seleziona un libro collegato al tema del femminismo. In realtà ho sentito pareri contrastanti su questa lettura, ma io sapevo che mi sarebbe piaciuta perché è esattamente il genere che fa per me. Diciamo pure che stavolta ero nella mia comfort zone.

Titolo: Ragazze Elettriche
Autore: Naomi Alderman
Editore: Nottetempo
Data pubblicazione: 2017
Pagine: 446

Siamo in un futuro imprecisato ma non troppo lontano e improvvisamente alcune ragazze acquisiscono la capacità di emettere scariche elettriche attraverso le mani. Prima sono poche, poi sempre di più; il fenomeno si estende a quasi tutte le donne e impedirlo sembra impossibile. Quali cambiamenti porterà?

Una trama chiara e semplice, ma anche brillante. Un'idea geniale quella della Alderman, di rappresentare una società che viene sconvolta e ribaltata: quello che ancora oggi viene chiamato "il sesso debole", improvvisamente diventa il sesso forte. Le donne adesso sono in grado di difendersi fisicamente, e anche di fare del male; inizialmente sono spaventate: da dove proviene questa elettricità? È possibile controllarla?
Pian piano però, con il passare dei mesi e degli anni, una nuova normalità si instaura: le donne sono sicure di se, determinate, perché sanno che adesso hanno il potere di fare, e di far fare agli altri, quello che vogliono.

"Non conta la consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere."

Ed è proprio il potere il centro di tutto il romanzo, il cui titolo originale è infatti The Power.
All'inizio la capacità del sesso femminile di produrre energia elettrica sembra quasi un fatto positivo: niente più soprusi contro di loro, niente più rapimenti né stupri. Un mondo liberato da un bel po' di ingiustizie.
Ma ben presto la situazione inizia a farsi critica: più della metà della popolazione mondiale adesso può uccidere con un semplice movimento, come può questo non portare ad una catastrofe?

Con il passare del tempo, attraverso le storie di personaggi diversi, vediamo l'evolversi della situazione: ci sono paesi in cui le donne si ribellano agli abusi che hanno sempre subìto, dando il via a rivolte e colpi di stato, il risultato dei quali non può essere che la guerra; ci sono ragazze che vengono cacciate perché considerate pericolose, e trovano rifugio in una nuova Chiesa, basata sul culto della Madre; c'è chi si sente tanto potente da creare un nuovo stato indipendente fondato sul potere delle donne; c'è chi vuole inseguire l'ascesa politica, chi non riesce a controllare la propria energia, chi vuole trovare un modo per ristabilire il vecchio ordine.

Il messaggio di Naomi Alderman è forte e chiaro: il potere è pericoloso, se non viene controllato ha la capacità di distruggere l'umanità delle persone. È come un tarlo che cresce piano piano: all'inizio permette una vita migliore, più sicura e tranquilla, ma poi iniziano a farsi strada nella mente le possibilità che esso comporta. È come una droga, una volta che lo hai provato ne vuoi sempre di più.

La Alderman crea così nella sua storia un mondo speculare al nostro, dove i ruoli di uomini e donne sono ribaltati ma, spesso, ugualmente compromessi.
Ingiustizie, abusi, violenza, non sono affatto scomparsi, si è solo modificato l'oggetto principale verso cui sono diretti: gli uomini.

Con il suo libro l'autrice vuole farci porre molte domande. Uomini e donne sono così diversi? Esiste davvero un sesso che merita il potere più dell'altro?
Direi di no.

Eppure bisogna ammettere che questo è un argomento spinoso per tutti. È difficile, a volte, mettere da parte la rabbia, il risentimento e la voglia di riscatto.
C'è una frase che mi ha fatta riflettere molto perché ha suscitato in me pensieri contraddittori, si riferisce ad un giovane ragazzo, un giornalista che cerca di documentare ciò che sta accadendo:

Nel suo diario aveva scritto: " Oggi, per la prima volta, camminando in strada ho provato paura". Aveva fatto scorrere le dita sull'inchiostro, mentre si asciugava. Sul foglio, la verità era più semplice che nella vita vera.

La prima cosa che ho pensato d'istinto è stata: "Beh, almeno così si renderebbero tutti conto di cosa significa per una ragazza tornare a casa da sola la sera."
Poi mi sono sentita subito in colpa, perché ho realizzato che era un pensiero sbagliato.

Quello a cui dobbiamo mirare è il rispetto e l'uguaglianza fra tutti e verso tutti gli esseri viventi. Eliminare la voglia di potere, di dominio, che pare essere insita negli umani e che porta ad una disparità di genere non più accettabile in una società all'avanguardia come la nostra.

È un dato di fatto, purtroppo, che la posizione della donna al giorno d'oggi non sia ancora alla pari di quella dell'uomo. Però è anche vero che sono stati fatti tantissimi passi avanti nel corso della storia e dobbiamo continuare a lottare per continuare a farne.

Ma torniamo al romanzo. 
La storia si svolge all'incirca in un arco temporale di 10 anni, solo che è scandita a ritroso: si parte da "10 anni prima", per poi passare a "8 anni prima" e così via, avvicinandoci sempre di più a qualcosa che non sappiamo cosa sia e che contribuisce ad accenderci di curiosità.
Ma c'è anche qualcos'altro di davvero sorprendente in questo libro: l'espediente narrativo che la Alderman decide di utilizzare, e che si rivela a noi solo nel finale. Ovviamente non vi dirò qual è, ma sappiate che rende ancora più potente il messaggio che l'autrice vuole lasciare a tutti noi. È geniale.

Un libro avvincente quindi, sicuramente fluido e scorrevole, che non spicca per lo stile di scrittura quanto per le riflessioni che riesce a stimolare, per la capacità di farci prendere coscienza della situazione sociale in cui ci troviamo.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞 e mezzo
4,5

Sono molto soddisfatta di questa lettura e, se anche a voi è piaciuta, vi consiglio di recuperare anche Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood (Qui la recensione).

Se vi ho incuriositi e desiderate acquistare Ragazze Elettriche potete farlo su Amazon al seguente link, così facendo riceverò una piccola commissione dal sito, che mi aiuterà a portare avanti il blog (per voi tutto rimarrà uguale). Grazie infinite!





Vi mando come sempre un bacione,
Silvia  💗

30 aprile 2018

La confessione di Roman Markin - Anthony Marra {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Oggi vi parlo di un libro che ho deciso di leggere a scatola chiusa: lo vidi nel catalogo Feltrinelli con una breve descrizione e mi attirò subito. A volte mi manca scegliere letture di getto, senza stare a pensare a recensioni, pareri di altre persone e via dicendo. Probabilmente infatti molti di voi non conosceranno questo titolo, ma quello che posso dirvi è che stavolta ho fatto centro: ve lo consiglio davvero. Ecco la recensione de La confessione di Roman Markin di Anthony Marra.

La confessione di Roman Markin - Anthony Marra Recensione no-spoiler Felice con un libro

Titolo: La confessione di Roman Markin
Autore: Anthony Marra
Editore: Frassinelli
Data pubblicazione: 2016
Pagine: 310

Nella Russia di Stalin, a Roman Markin è stato assegnato l'incarico di censore: deve cancellare da foto e dipinti tutti coloro che sono stati dichiarati nemici del regime. Ogni giorno egli si trova ad eliminare centinaia e centinaia di volti, inizialmente con una semplice macchia d'inchiostro, poi modificando intere porzioni di opere d'arte, in modo da far scomparire la figura del traditore ed inglobarla nel paesaggio. Roman, che aveva studiato per realizzare il sogno di diventare un pittore, è bravissimo nel suo lavoro, ma ha un segreto: in ogni quadro che modifica egli aggiunge una figura sullo sfondo, mescolata al resto dell'opera. È l'immagine di suo fratello, condannato e ucciso proprio dal regime staliniano.
Quello di Roman Markin è un atto sovversivo, una rivolta silenziosa, ma anche un modo per conservare il legame con tutto quello che ha perso, con la sua umanità.

Tra i vari quadri su cui Roman pone la sua firma invisibile, ce n'è uno del famoso pittore Zacharov, che raffigura un paesaggio ceceno. Noi seguiamo il destino di questo dipinto tra passato e futuro, lo vediamo cambiare e assumere significati diversi, e guardiamo così lo svolgersi della storia russa e le sue conseguenze da un prospettiva diversa.

Forse avrete già capito che la struttura narrativa di questo libro è molto particolare. La vicenda di Roman Markin che vi ho accennato sopra è solamente il punto di partenza di tantissime altre storie, diversissime tra loro sia per ambientazione, che per periodo storico, che per stile narrativo. Si parte dal 1937, per poi passare in un colpo solo al 2013 e in seguito tornare al 2000 e poi al 1990 e così via.
Si potrebbe accostare questo libro ad una raccolta di racconti, ma in realtà non è proprio così: ogni capitolo, estrapolato dal romanzo, potrebbe essere considerato un racconto a se stante, ma all'interno dell'opera essi sono tutti collegati da un filo invisibile che i personaggi non vedono, la cui conoscenza è prerogativa del lettore. Non solo inoltre ci sono continui salti temporali e spaziali tra un capitolo e l'altro, ma anche all'interno dei capitoli stessi.
La confessione di Roman Markin è uno dei libri più frammentati che io abbia mai letto: Anthony Marra non si preoccupa di confondere il lettore, egli vuole mostrare la varietà dei gesti, dei comportamenti, dei destini delle persone, vuole mostrare le conseguenze della storia sull'umanità e quanto diversamente ognuno si trova a farvi fronte. È un romanzo che fa girare la testa: passato, presente, futuro, persone ricche, persone povere, persone condannate e persone impaurite, vecchi, giovani, bambini, uomini, donne, soldati, artisti, città inquinate, campi di sterminio e campi sterminati.
Ne La confessione di Roman Markin c'è un concentrato di vita impressionante. Marra ci mostra il cosiddetto effetto farfalla: quello che succede ad un capo del mondo, può avere conseguenze al capo opposto.

Vi confesso che in alcuni momenti non è facile seguire il filo, che ci sono capitoli e personaggi più riusciti di altri, ma comunque nel complesso il romanzo è estremamente originale e ben riuscito.

Il capitolo iniziale che fa da incipit al libro è uno dei più belli che io abbia mai letto, una storia da brividi che dà l'idea di quale sarà l'impronta principale del romanzo: la rappresentazione del dolore, delle ingiustizie, delle assurde conseguenze della storia. La Seconda Guerra Mondiale è un po' il fulcro di tutto, Marra ci fa vedere quello che ha provocato e facendolo critica aspramente una grossa fetta della storia russa.

Un autore che è stata una scoperta per me, perché non mi aspettavo una tale capacità di introspezione, di farci entrare nella mente di persone problematiche e tutt'altro che positive e farci provare empatia per loro.

Questa è la testimonianza che ogni tanto fa bene leggere qualche titolo meno conosciuto che, semplicemente a pelle, ispira. Si potrebbero scoprire delle perle.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞
4

Se pensate che possa piacervi, vi consiglio di recuperare questo romanzo. So che è difficile fidarsi quando si ha davanti un libro poco conosciuto e quindi poco chiacchierato, ma se vi andrà di farlo fatemelo sapere e ne discuteremo insieme.

Se volete acquistare La confessione di Roman Markin potete farlo su Amazon al seguente link, così facendo riceverò una piccola commissione dal sito, che mi aiuterà a portare avanti il blog (per voi tutto rimarrà uguale). Grazie infinite!




Spero che la recensione vi sia piaciuta,
come sempre vi mando un bacione,

Silvia 💙

23 aprile 2018

L'Avversario - Emmanuel Carrère {Recensione no-spoiler}

"Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera."

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Oggi vi do un consiglio spassionato: quello di leggere il libro di cui sto per parlarvi. Con questo titolo mi sono approcciata per la prima volta ad Emmanuel Carrère, autore molto famoso ed elogiato, ma non sapevo bene cosa aspettarmi soprattutto perché L'Avversario non è un romanzo ma anzi un'opera di non fiction, e io non sono per niente esperta del settore. Che dire, è stata un'esperienza dolorosa ma bellissima.
Come mi sono sentita dopo averlo finito? Sotto shock, persa, senza parole.

l'aversario emmanuel carrère recensione no spoiler felice con un libro

Titolo: L'Avversario
Autore: Emmanuel Carrère
Editore: Adelphi
Data pubblicazione: 2000/2013
Pagine: 169

È difficile parlare di un libro come L'Avversario di Emmanuel Carrère, perché tratta di un argomento talmente spinoso, talmente disturbante, che fa paura anche solo pensare di esprimere un giudizio in proposito.
Vi ho già accennato che questa è un'opera di non fiction, e infatti essa racconta la storia di Jean-Claude Romand, un uomo in apparenza normale, che un giorno del 1993 ha ucciso moglie, figli e genitori e successivamente ha tentato di suicidarsi.
Immagino sia chiaro adesso il motivo per cui mi si chiude lo stomaco anche solo a scrivere queste righe.

Dopo il terribile fatto, il vaso di Pandora di Romand è stato scoperchiato: si è scoperto che da quasi vent'anni mentiva su tutto. Jean-Claude non si è mai laureato in medicina e non ha mai svolto la professione di medico. Diciotto anni di bugie. Diciotto anni. E poi, d'improvviso, la pazzia.

Carrère è stato ossessionato da questo caso e ha deciso di scriverci un libro; per farlo è entrato in contatto con Romand stesso, attraverso delle lettere ed assistendo poi in prima persona al processo.
Le sue motivazioni le lascio direttamente alle sue parole:

"Anche se avessi condotto un'inchiesta per conto mio, anche se fossi riuscito ad aggirare il segreto istruttorio, avrei portato alla luce soltanto dei fatti. I particolari delle appropriazioni indebite di Romand, il modo in cui, un anno dopo l'altro, aveva organizzato la sua doppia vita, il ruolo svolto da Tizio o da Caio, erano tutte cose che avrei saputo al momento opportuno, ma non mi avrebbero rivelato nulla di quanto mi premeva davvero sapere, che cosa gli passasse per la testa durante le giornate in cui gli altri lo credevano in ufficio, giornate che non trascorreva, come si era ipotizzato inizialmente, trafficando armi o segreti industriali, ma camminando nei boschi.
A questa domanda, capace di spingermi a cominciare un libro, non potevano rispondere né i testimoni, né il giudice istruttore, né le perizie psichiatriche, ma solo Romand, visto che era vivo, e nessun altro. Finalmente, dopo aver tergiversato per sei mesi, gli ho spedito una lettera presso il suo avvocato. È stata la lettera più difficile che abbia scritto in vita mia."

L'autore ci accompagna quindi nella storia, nella vita di Romand, nella vita di un assassino; e la cosa sorprendente è che lo fa quasi con delicatezza. Carrère non si arrabbia, non esagera, non si fa dominare dal racconto, ma anzi è lui stesso che riesce a dominarlo.
Prende il grande, enorme punto interrogativo che è la vita di Romand, e ce la fa scivolare davanti agli occhi. In maniera estremamente lineare ci mostra gli eventi, ma soprattutto i pensieri e le idee che hanno portato alla tragedia. Emmanuel ha provato ad entrare nella mente di Jean-Claude (e secondo me ci è riuscito) e ce la ha, in parte, spiegata.
Un atto rischioso, per tanti motivi: immaginatevi il senso di colpa nel contattare un uomo che ha commesso un pluriomicidio, immaginatevi la paura nel provare a capirlo, a penetrare i suoi pensieri. Come si fa a rimanere imparziali di fronte a ciò? E sarebbe giusto rimanere imparziali??
Carrère riesce, non so come, a mantenere una posizione nebulosa. Non giudica mai direttamente. Non accusa, ne giustifica. Eppure alla fine del libro la sua posizione, a parer mio, è più che chiara.

La capacità narrativa dell'autore è indubbia: egli analizza in questo libro ciò che appare inspiegabile, i processi psicologici, i pensieri che si agitavano nella mente di un uomo deviato. Carrère coglie l'essenziale di tutta la vicenda.
Ma con il suo libro risponde a tutte le domande? Ovviamente no.
Ci sono questioni che non possono trovare risposta.

A parte la sua magistrale chiarezza narrativa, c'è un'altra cosa che mi ha molto colpito di questa lettura: la capacità di tenere il lettore incollato alle pagine senza diventare mai troppo pesante.
Staccarsene sembra quasi impossibile, è come se la morsa che stringe lo stomaco mentre si legge, ci tenesse al contempo fermi lì, a leggere appunto.
Ma come è possibile che un libro che racconta una vicenda tanto terribile, scorra via veloce, senza pause? Perché è una storia scioccante. Talmente assurda che in alcuni momenti si perde quasi la coscienza del fatto che sia una storia vera. Reale. Le domande che sorgono in testa sono milioni, e iniziano sempre nello stesso modo: perché??
Perché Romand ha iniziato a mentire? Perché per diciotto anni ha continuato? Perché nessuno lo ha scoperto?
Come cavolo è possibile che nessuno lo abbia scoperto????
È un delirio, leggere questo libro è un delirio. È devastante, e deprimente, e straniante. E lascia un po' in uno stato catatonico, incapaci di pensare, e con la voglia di urlare.
A me sono venuti spesso i brividi, e ce l'ho pure scritta sopra, sulla pagina, la parola brividi.

L'avversario è una di quelle letture che spinge alla riflessione fino allo sfinimento, fino a quando è possibile, perché accettare impassibili che cose tanto brutte possano accadere nel mondo non ci si addice.
E quindi vogliamo trovare una spiegazione, una minima, piccola spiegazione che possa farci dire: ok, ho ancora speranza nell'umanità. E quindi cerchiamo, cerchiamo, ci affanniamo insieme a Carrère.
Ma alla fine, una spiegazione c'è?

VOTO: 🌞🌞🌞🌞🌞
 5

Ogni libro che stimola una riflessione può cambiarci in positivo, quindi questo direi che è proprio un must read. Bravissimo Carrère, spero che abbia trovato la sua pace e che la questione Romand sia per lui chiusa per sempre.

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Vi mando come sempre un bacione,
Silvia 💘

16 aprile 2018

Il tempo dell'attesa - Elizabeth Jane Howard {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! Oggi c'è una recensione speciale, che testimonia la parte positiva dei social e la bellissima community di lettori che si è creata: una recensione doppia! Ebbene sì, io e Annamaria del blog La contessa rampante abbiamo legato molto e abbiamo deciso di leggere un libro insieme: il secondo volume della saga dei Cazalet. Se non sapete di cosa sto parlando, andate a leggere la recensione del primo libro (che ho amato!) qui. In ogni caso potete tranquillamente leggere anche questo articolo perché eviterò ogni spoiler importante! Eccovi quindi la recensione de Gli anni dell'attesa di Elizabeth Jane Howard.


Titolo: Il tempo dell'attesa
Autore: Elizabeth Jane Howard
Editore: Fazi
Data pubblicazione: 1991 / 2016
Pagine: 624


La saga dei Cazalet ha spopolato in questi ultimi anni e forse già sapete che si tratta di una saga familiare che racconta la vita e le abitudini di un'ampia famiglia inglese della prima metà del '900, composta da uomini, donne e bambini di un po' tutte le età. 
La caratteristica migliore di questi libri forse è proprio la coralità della narrazione, che spazia continuamente tra punti di vista diversi e crea nel lettore un senso di familiarità e di coinvolgimento nelle vicende e nei problemi dei personaggi.
All'inizio di questo secondo volume infatti, come mi aspettavo, sono stata catapultata totalmente nella storia: nonostante siano passati mesi dalla lettura del capitolo precedente, non ho avuto bisogno di riadeguarmi ai nomi dei numerosi protagonisti e alle loro storie; è stato un po' come tornare in un luogo perfettamente conosciuto, come quando si torna a casa dopo aver passato molto tempo lontani.

Ma, c'è un ma. Dopo l'iniziale sensazione di immediato comfort infatti qualcosa cambia: siamo nel 1939, e scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Le conseguenze, ovviamente, non tardano ad arrivare.
Si inizia a percepire un'atmosfera di gelo e ansia che non è per niente tipica della famiglia Cazalet: tutti hanno bisogno di fare qualcosa, alcune donne vogliono arruolarsi come infermiere, alcuni uomini come soldati, qualcuno si dichiara pacifista e vorrebbe agire contro il conflitto, altri non danno la giusta importanza alla situazione. La guerra entra prepotentemente nella vita dei Cazalet, e stravolge la loro quotidianità.
Ciononostante, essa rimane allo stesso tempo sullo sfondo: non si narrano le battaglie o le difficoltà affrontate da coloro che si sono effettivamente arruolati, non si parla della vita vera nella guerra; purtroppo noi rimaniamo a casa, insieme alle donne e ai più piccoli.

E dico purtroppo perché in questo modo la nostra visione della vita dei protagonisti rimane parziale: l'attenzione di tutto il libro continua ad essere rivolta alla famiglia nella villa di campagna, Home Place, o nei pressi di Londra. Quello che succede all'esterno, la Storia, lo viviamo solo attraverso notizie sussurrate o lette nei giornali, aerei militari che volano, bombardamenti nelle vicinanze.. E soprattutto attraverso le diverse abitudini che i Cazalet devono adottare: le loro giornate diventano ripetitive, tutti si trovano costretti a tanti lavori diversi, rammendare, cucinare, raccogliere legna, per far fronte alle mancanze dovute alla guerra. La noia e la monotonia, la situazione di stallo, si percepiscono moltissimo. C'è un senso di impotenza e di tristezza che aleggia nella famiglia e che si impadronisce anche del lettore.

È quindi inevitabile che la lettura sia più lenta rispetto a quella del primo libro, e anche meno avvincente.
Non c'è più la spensieratezza e la freschezza che avevo amato ne Gli anni della leggerezza, e il fatto è che non ci sono neanche emozioni forti, combattimenti, adrenalina.
Sicuramente la Howard non scherza quando sceglie i titoli dei suoi romanzi: questo secondo volume è un libro di transizione, di attesa di qualcos'altro.

Nonostante questa sia la mia visione generale del romanzo, non pensiate che non mi sia piaciuto!
C'è innanzitutto una bella novità in questo secondo volume: in alcuni capitoli viene meno la narrazione corale ed essi si concentrano su singoli personaggi. Questo permette di approfondire la conoscenza di molti membri della famiglia e di entrare in sintonia con loro.

Ad esempio ho adorato Clary, che è stata per me una rivelazione. Attraverso di lei l'autrice parla dell'ipocrisia di alcuni adulti, che credono sia meglio tenere lontani i più piccoli dalla conoscenza di eventi tragici, parla della guerra e di quanto sia terribile, parla di vecchiaia e morte. Clary diventa portatrice di tutti i messaggi più importanti di questa storia: quanto sia fondamentale la speranza in una situazione del genere, quanto possano aiutare l'amicizia e il perdono, ma allo stesso tempo anche quanto sia necessario essere diretti e onesti, evitando falsi buonismi e inutili menzogne. Clary è speciale perché non si vergogna di quello che prova e lo ammette, anche se è un sentimento negativo.
Per di più ama scrivere, e ho avuto la sensazione che la Howard abbia espresso la sua personale opinione sulla scrittura attraverso Clary: pagine meravigliose che ogni lettore amerà.

Ci sono anche tanti altri personaggi che maturano ed evolvono: Zoe, nonostante sia alquanto odiosa in alcuni momenti, inizia a trasformarsi e a crescere pian piano, diventando sempre più adulta; Polly inizia a capire la vita vera e, pur mantenendo la sua infinita dolcezza, a fare qualcosa per migliorare; Louise si trova a vivere l'adolescenza e le prime relazioni, e a scoprire il valore dell'amicizia.

I colpi di scena non mancano: c'è chi partorisce, chi subisce una perdita, chi rimane devastato dalla guerra, chi deve affrontare la malattia. I temi del libro sono troppi per essere elencati qui, ma sappiate che Elizabeth Jane Howard è sempre bravissima a presentare la vita in tutte le sue sfumature e i suoi personaggi sono sempre talmente umani da apparire reali, in carne ed ossa. Nessuno dei Cazalet infatti è perfetto, anzi.

Leggendo questo libro ho provato pietà per chi forse non se la meriterebbe, ho provato dolore per chi soffre, ho provato speranza per chi sembra aver trovato il suo personale modo di essere felice.

VOTO: 🌞🌞🌞e mezzo
3.5

Insomma ragazzi, se vi è piaciuto il primo volume, continuate assolutamente con il secondo sapendo che sarà di transizione, necessario al successivo svolgersi della storia. Mi aspetto un terzo libro con i fiocchi!
Se invece non avete mai letto i Cazalet, io ve li consiglio assolutamente.

Ma, cari lettori, prima di finire questo articolo c'è una sorpresina! Io e Annamaria abbiamo pensato di fare un botta e risposta per confrontarci un po' e darvi un'idea delle nostre opinioni. Trovate qui sotto la prima parte, mentre per la seconda potete andare sul blog di Anna.

"Botta e risposta" con Annamaria del blog La contessa Rampante

Ti aspetti che il terzo volume sia migliore del secondo?
A: Lo spero vivamente.
S: Sì, spero in una narrazione più vivace, che affronti maggiormente il tema della guerra.

Qual è il tuo personaggio femminile preferito?
A: Il mio personaggio femminile preferito è Clary.
S: Clary, anche se se la gioca con Polly, che era la mia preferita nel primo volume.

Descrivi i seguenti personaggi con un solo aggettivo:
A: Polly - insicura;   Sybil - mansueta;   Louise - ambiziosa.
S: Polly - dolce;   Sybil - dignitosa;   Louise - superficiale.

Edward, Archie, Christopher: chi sposi, chi baci, chi butti via?
A: Sposo Archie, bacio Christopher, butto via ASSOLUTAMENTE Edward.
S: Sposo Christopher, bacio Archie e butto via Edward (ciao Edwarddd!).

Rachel, Sybil, Louise: chi sposi, chi baci, chi butti via?
A: Sposo Rachel, bacio Sybil e butto via Louise.
S: Sposo Sybil, bacio Rachel, butto via Louise.

Qual è il tuo capitolo preferito?
A: Quello di Clary, Maggio-Giugno 1940.
S: Anche per me Clary Maggio-Giugno '40, narrato in gran parte in forma di lettere, e il seguente, Polly 1940.



Spero che l'idea vi sia piaciuta e mi raccomando, andate a leggere la seconda parte del Botta e Risposta e la recensione di Anna sul suo blog ⇒ QUI.

Leggere insieme è stato bellissimo e come forse noterete ci siamo anche trovate d'accordo praticamente su tutto. 💕

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Vi mando un bacione,
Silvia💓

9 aprile 2018

Il giardino segreto - Frances Hodgson Burnett {Recensione no-spoiler}

Buongiorno lettori!

Oggi è veramente un buongiorno: sono davvero felice di essere tornata sul blog dopo la pausa obbligata e soprattutto di farvi la recensione di una lettura che ho amato. Perché Il giardino segreto di F. H. Burnett è un libro che trasmette speranza, positività e ottimismo, non si può non adorarlo. Un libro che consiglio veramente a tutti, perché dà un insegnamento e permette vedere il mondo da un prospettiva più bella. Quindi anche se siete un po' giù e volete risollevarvi il morale, questo romanzo è quello giusto per voi.

Ecco la mia recensione.

Il giardino segreto Burnett recensione felice con un libro

Titolo: Il giardino segreto
Autore: Frances Hodgson Burnett
Data pubblicazione: 1911
Pagine: 229

La storia de Il giardino segreto racconta di una bambina, Mary, che vive in India insieme a due genitori poco presenti, che non vogliono averla intorno e non le forniscono né affetto né educazione. Mary cresce insieme alla sua balia, circondata da servitori che assecondano ogni suo desiderio e capriccio, e così ben presto diventa una bambina antipatica, viziata e dispotica, che non conosce l’amore né il divertimento, una bambina sempre arrabbiata alla quale non piace nessuno. Quando però scoppia il colera, Mary si ritrova improvvisamente orfana e sola, e viene mandata a vivere con un nobile zio, il quale possiede un enorme castello in mezzo alla brughiera dello Yoskshire. Inizia così per la piccola protagonista la vita a Misselthwaite Manor, che si rivelerà tutt’altro che noiosa. Mary infatti scopre che, da qualche parte in mezzo agli immensi prati che circondano il castello, è nascosto un giardino segreto chiuso ormai da dieci anni, nel quale è proibito entrare. Spinta da un’incessante curiosità, Mary inizia, giorno dopo giorno, ad indagare in lungo e in largo, decisa a trovare il misterioso giardino. Ma questo non è l’unico segreto del grande castello: capita a volte infatti, che Mary senta il pianto di qualcuno provenire da una delle tante stanze del maniero, ma ogni volta che prova a parlarne nessuno sembra darle ascolto.

Mano a mano che la lettura prosegue sono sempre di più le domande che nascono spontanee: Dov’è il giardino segreto? Perché nessuno può entrarci da tanto tempo? Chi è che piange dentro il castello? Una delle caratteristiche che spiccano di più di questo libro infatti è la grandissima curiosità che suscita nel lettore. La prima parte in particolare, si legge tutta d’un fiato, spinti dalla voglia di scoprire i misteri della storia.

Ovviamente tutte le domande troveranno una risposta nel corso della lettura, e sorprendentemente anche abbastanza in fretta! Sarà quindi proprio in quel momento, quando tutti i misteri verranno a galla, che la storia prenderà una piega diversa.

Quasi fin da subito infatti, si nota che i segreti di Misselthwaite Manor non sono la tematica principale del libro, essi sono invece lo sfondo di una storia più profonda e, a parer mio bellissima: la storia di una ragazzina dispotica e scorbutica (e persino bruttina) che, spinta dalla curiosità e anche da una giovane e gentile cameriera, inizia a passare le sue giornate all’aria aperta, circondata da un mondo completamente diverso da quello a cui era abituata. Grazie a Martha e al contatto con la natura vediamo in Mary una trasformazione lenta ma radicale, sia dal punto di vista fisico che da quello caratteriale, e soprattutto vediamo una bambina più felice e spensierata. E il lettore cresce e matura insieme a lei e si sente invaso dalla stessa felicità che anche lei prova.

Il giardino segreto è un romanzo che sa rendere felici, ed è per questo che l'ho amato così tanto. Ma non solo: ho apprezzato tantissimo anche il modo in cui vengono descritti gli ambienti intorno alla villa; i giardini, la brughiera, gli animali, la famiglia della cameriera Martha superaffollata ma piena di amore.

Il mondo descritto dalla Burnett è un mondo bellissimo, le sue meraviglie traspaiono da ogni pagina e non solo, è una natura che giova allo spirito e anche alla salute. Ed è veramente così la parte bella del mondo, solo che non ce ne rendiamo conto, troppo presi a essere arrabbiati e scorbutici, come la Mary delle prime pagine. Questo libro aiuta a vedere le meraviglie della nostra Terra, e io sono rimasta completamente rapita e affascinata, rendendomi conto di quante cose si danno per scontate, di quanta bellezza abbiamo attorno a noi che non degniamo nemmeno di uno sguardo, di quanto sia importante stare in contatto con il mondo reale, con il cielo, il sole, l’erba.
Provate ad uscire fuori, in una di queste giornate luminose, a chiudere gli occhi e respirare l'aria attorno a voi. Quella è la sensazione che Il giardino segreto vi lascerà addosso.

(C’è una parte di un capitolo, raccontata dal punto di vista di un pettirosso, che mi ha emozionata un sacco!)

Insomma lettori, date un'occasione a questo libro perché mette davvero allegria. È una storia di grande impatto, adatta  a tutti: è un libro da far leggere agli studenti, ai figli, e sicuramente da rileggere anche da adulti.

Vi sembrerà quasi che l'autrice vi parli attraverso le sue pagine per dirvi: siate gentili, ottimisti e positivi nella vita, così sarà più bella.
A me questo messaggio ha trasmesso una grande forza e nonostante siano passati mesi da quando ho concluso la (ri)lettura, ancora ci ripenso e cerco di metterlo in pratica. Spero che leggiate questo libro e che proverete a farlo anche voi.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞🌞
5

"Uno degli aspetti più curiosi della nostra vita è che solo di tanto in tanto ci capita la certezza di vivere a lungo, molto a lungo, forse addirittura per sempre. Succede, a volte, quando ci alziamo all’alba, e usciamo in quell’ora tenera e solenne, da soli. Allora alziamo lo sguardo in alto, verso il cielo pallido che si va colorando di rosa, finché ciò che scorgiamo a oriente quasi ci strappa un grido, e il cuore sembra arrestarsi dinanzi alla strana e immutabile maestà del sole che sorge: qualcosa che accade ogni mattino da migliaia e migliaia di anni… Allora, per qualche attimo, ci sembra che vivremo per sempre. Ci succede anche quando ci troviamo soli in un bosco, al tramonto, e la pace dorata, misteriosa e profonda che vi regna sembra ripeterci dolcemente qualcosa che non riusciamo a comprendere del tutto… Altre volte, invece è la quiete immensa del cielo notturno con il suo azzurro cupo popolato da milioni di stelle a comunicarci tale certezza; oppure l’eco di una musica lontana; o ancora, lo sguardo che qualcuno ha negli occhi."

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Un bacione grande,
Silvia 💖

19 marzo 2018

Il giro del mondo in ottanta giorni - Jules Verne {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Oggi vi parlo di una storia famosissima, una storia di cui avete sicuramente sentito parlare tante volte: Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne.
C'è chi ha letto il libro, chi ne ha visto il film, chi semplicemente la conosce per sentito dire; beh, io fino a qualche settimana fa di questo romanzo conoscevo solo il titolo. Sentito nominare decine e decine di volte, un po' ovunque, non avevo mai avuto l'occasione di scoprire effettivamente di che tipo di libro si trattasse. Un giorno invece, ad un mercatino di scambio libri, mi è capitato sott'occhio e l'ho preso senza pensarci. Adesso che l'ho letto, sono davvero felice di averlo fatto: si è rivelata una lettura perfetta per il periodo pieno e stressante che sto attraversando.


Titolo: Il giro del mondo in ottanta giorni
Autore: Jules Verne
Data pubblicazione: 1873
Pagine: 206


Quando pensavo a Il giro del mondo in ottanta giorni mi immaginavo un librone che volesse narrare un'avventura alla scoperta delle bellezze della Terra, descrittiva e piena di particolari.
No.
Idea completamente sbagliata! (Succede :P ).

Questo classico di Jules Verne è un libriccino, abbastanza snello, che racconta sì di un giro del mondo, però non per ammirarne le meraviglie, no; ma piuttosto per vincere una scommessa.
Ebbene sì, io non avevo proprio idea di quale fosse l'evento scatenante, che avrebbe portato al monumentale viaggio intorno al pianeta, e sono rimasta meravigliata scoprendo che si tratta proprio di una folle e improbabile scommessa. Non vi dirò altro, nel caso non sappiate i particolari, ve li lascerò scoprire da soli.

Quello che è fenomenale in questo romanzo dunque, non sono le descrizioni, ma i suoi personaggi: Phileas Fogg, protagonista assoluto della vicenda, e Passepartout, il suo nuovo domestico.
Il primo è un giovane e ricco gentleman dell'alta società inglese assai enigmatico: solitario, taciturno e rigoroso, il signor Fogg non manifesta alcun tipo di sentimento, e la sua espressione non si discosta mai da quella di una totale imperturbabilità. Non c'è ruga che solchi il suo volto, non esiste evento che possa provocare in lui sorpresa, o rabbia, o felicità; non ha amici né parenti, rigidamente attento al suo orologio, il gentleman segue scrupolosamente il programma sempre uguale delle sue giornate, senza ammettere mai, per nessun motivo, uno sbaglio o un minuto di ritardo.
E proprio per un piccolo errorino, il signor Fogg ha dovuto licenziare il vecchio domestico e si ritrova adesso a sostituirlo con uno nuovo: Passepartout.
Passepartout è un giovane e vivace francese che ha molto viaggiato e si sente pronto a fermarsi per condurre una vita più tranquilla; il suo nuovo capo sembra accordarsi perfettamente con questo intento, il destino però ha in serbo per lui qualcosa di molto diverso.

Quando ho iniziato a leggere Il giro del mondo in ottanta giorni sono rimasta subito sorpresa nel rendermi conto di avere davanti una storia davvero divertente ed esilarante. In pochi capitoli mi sono ritrovata a sorridere spesso e ad affezionarmi immediatamente ai due personaggi, tanto diversi tra di loro, quanto simpatici e perfetti per compiere un avventura insieme.

Non aspettatevi visite alle più importanti capitali mondiali, descrizioni di luoghi e monumenti, perché quello di Phileas Fogg e Passepartout non è un semplice viaggio, ma una corsa contro il tempo. Le città scorrono davanti agli occhi del lettore in brevissimi trafiletti che ne riassumono il più possibile l'aspetto e le caratteristiche peculiari, così come gli abitanti e le loro usanze. Questa narrazione concisa ha come risultato quello di far emergere nella mente di chi legge l'idea di quanto il mondo sia vasto e vario, di come i modi di vivere siano diversi tra popolo e popolo ma, allo stesso tempo, di come tutti noi siamo simili, parte dello stesso Universo.

Chiaramente, nonostante la velocità con cui i nostri protagonisti viaggiano, inconvenienti ed incidenti di percorso saranno sempre dietro l'angolo, rendendo la storia avventurosa e originale. E chissà, forse questo viaggio mostrerà i lati più nascosti dell'indecifrabile signor Fogg?

Quello del viaggio ovviamente è un tema cardine in tutta la lettura nonché un argomento a me molto caro. Credo fermamente che ogni volta che si intraprende un viaggio, al ritorno si sarà un po' cambiati, arricchiti di un'esperienza che non avremmo potuto fare in nessun altro modo. Ed è quello che succede anche qui, in questo libro: il lettore ha la possibilità di vedere gli incontri felici e quelli infelici con altri personaggi, il sentimento di stima e affetto che cresce tra i protagonisti, e anche il mutare di qualcosa nel loro animo.

Una delle cose che mi sono piaciute di più di questo libro è la forte contrapposizione tra eccitazione e totale relax che la lettura riesce a trasmettere. Da un lato c'è la voglia di arrivare alla fine del viaggio, di scoprire se la missione sarà compiuta; ci coglie la stessa frenesia di Passepartout ogni volta che una nave ha un ritardo o un qualsiasi inconveniente si manifesta. Dall'altro lato invece c'è il personaggio di Phileas Fogg, che con il suo atteggiamento flemmatico ed imperturbabile, ci fa riflettere su quanto sia inutile agitarsi, e ci trasmette la sua calma, il suo atteggiamento zen.

Per questo motivo il libro di Jules Verne è stato perfetto per me, per il periodo pieno di stress e di impegni che sto attraversando: avevo bisogno di qualcosa che mi catturasse ma allo stesso tempo mi rilassasse. Quindi consiglio a tutti voi di considerarlo il vostro asso nella manica per momenti del genere che, si sa, capitano a tutti ogni tanto.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞
4

Decisamente consigliato!

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E voi avete mai letto niente di Jules Verne? Avete visto il film?

Vi mando un bacione come sempre,
Silvia 💞

12 marzo 2018

Ristorante al termine dell'Universo - Douglas Adams {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog! La recensione di oggi non è per tutti, perché vi parlerò del secondo volume di una "trilogia in cinque parti" (sì avete capito bene), ovvero Ristorante al termine dell'Universo di Douglas Adams. Se questo titolo non vi risulta familiare sicuramente però conoscete l'autore e, nel caso non lo abbiate ancora letto, vi rimando alla recensione del primo volume: Guida galattica per autostoppisti (qui), che oltre ad essere un classico del genere fantascientifico, è un titoli che tutti dovrebbero leggere per sperimentare la gioia di ridere leggendo. Ma il secondo libro di questa saga è all'altezza del primo? Ve ne parlo qui.


Titolo: Ristorante al termine dell'Universo
Autore: Douglas Adams
Editore: Mondadori
Data pubblicazione: 1980
Pagine: 172

In Ristorante al termine dell'Universo ritroviamo i personaggi principali a cui ci eravamo affezionati nel primo libro: 
Arthur Dent, uno degli umani sopravvissuti alla distruzione della Terra avvenuta per far posto ad un'autostrada intergalattica; 
il suo amico Ford Prefect, un alieno che ha vissuto per anni fra i terrestri e che si è dato questo strano nome pensando che le forme di vita intelligenti sul pianeta fossero le automobili; 
Zaphod Beeblebrox, alieno a due teste ed ex presidente della Galassia, che ha rubato l'astronave con il motore più potente (e improbabile) che esista; 
Trillian, umana scappata dalla Terra insieme a Zaphod; e infine Marvin, il robot più depresso del mondo.

Sono questi gli strambi protagonisti del secondo capitolo di una delle saghe fantascientifiche più famose in circolazione. A differenza del primo libro però, qui i cinque personaggi saranno spesso divisi: Arthur con Ford; e Trillian e Marvin con Zaphod. È proprio quest'ultimo che, secondo me, viene approfondito e sviluppato maggiormente e diventa più apprezzabile agli occhi del lettore.
Zaphod è un personaggio singolare: nel volume precedente rivela di aver oscurato una parte della propria mente, in modo che nessuno potesse scoprire il suo vero progetto, ma adesso è lui stesso ad essere ignaro della missione che deve compiere e si ritrova ad agire senza sapere il perché. In questo secondo libro scopriamo qualcosa in più su questo aspetto della storia davvero interessante.

Non mancheranno comunque anche avventure che coinvolgeranno tutti i protagonisti, come ad esempio la visita al Ristorante che dà il titolo al libro: il luogo in cui tutti, mangiando allegramente, possono ammirare la fine dell'Universo con i propri occhi. Un'assurdità vero? Beh no. Douglas Adams dà una spiegazione favolosa di come ciò possa essere possibile. Ma non vi faccio spoiler..

Che dire, anche in questo secondo volume l'autore dimostra una genialità stupefacente. È impossibile non chiedersi in continuazione come abbia fatto Adams ad inventare tutte le straordinarie creature che popolano la serie, tutti i diversi mondi del Cosmo, e tutti gli strani eventi che il lettore si trova a vivere.
È inspiegabile la moltitudine di elementi assurdi che si possono trovare in questo libro eppure essi, intrecciati tutti insieme, magicamente assumono una loro logica.
E ancora una volta ho riso come nessun altro autore riesce a farmi ridere. L'ironia di Douglas Adams arriva all'improvviso, non te l'aspetti e ti coglie di sorpresa.

Leggere questa saga è rinvigorente: costante sorriso stampato sulle labbra, cenni di assenso, occhi sbarrati di fronte alla logica delle assurdità che l'autore racconta e risate spontanee.

Che volete di più?

Ma quali differenze ci sono tra questo e il volume precedente?
Beh nel primo c'era ovviamente l'effetto sorpresa, la novità della storia e dello stile di scrittura dell'autore. I volumi successivi nelle saghe sono sempre un po' svantaggiati dalle alte aspettative.
E come previsto, credo che Guida galattica per autostoppisti sia superiore: trovo che in questo secondo volume sia meno presente l'aspetto critico che c'era nel primo, vi è invece una predominanza di elementi prettamente fantascientifici e quindi scollegati dal nostro mondo. Anche se le perle dell'autore non sono del tutto assenti:

"Il guaio di quasi tutte le forme di trasporto, pensò, era che procuravano più svantaggi che vantaggi. Sulla Terra c'era stato per esempio il problema delle macchine. Gli svantaggi che comportava l'estrarre mucchi di bitume nero e colloso dal suolo dove era stato fino a un certo tempo (e per fortuna della gente) opportunamente nascosto, il trasformarlo in catrame con cui coprire la terra, in fumo con cui riempire l'aria, in scorie con cui inquinare il mare sembravano avere ben più peso dell'unico vantaggio costituito dal fatto di riuscire ad andare più in fretta da un posto all'altro. Considerato anche che, molto spesso, il posto in cui si arrivava era in genere, proprio a causa della velocità delle comunicazioni, assai simile a quello di partenza, ovvero pieno di catrame e di fumo, e senza pesci per via dell'acqua inquinata."


Se devo scegliere una cosa che mi è piaciuta di meno, è stato il finale, perché l'ho trovato un po' troppo amaro rispetto al tono generale dei libri.
Nonostante questo comunque Ristorante al termine dell'universo non mi ha delusa: mi aspettavo fosse leggermente inferiore al primo ma sono rimasta piacevolmente sorpresa quando mi sono comunque ritrovata a ridere innumerevoli volte.

Questo libro mi ha risollevato il morale in giornate decisamente stressanti.

Quindi, vi consiglio Guida galattica per autostoppisti? Assolutamente sì.
Vi consiglio di proseguire la saga con il secondo volume? Assolutamente sì.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞
4

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(Fino all'8 Aprile c'è uno sconto del 25% su tutti gli oscar Mondadori, quindi anche sui titoli di Adams!!)

Se volete acquistare il tomo completo con tutta la saga potete farlo qui:


Altrimenti trovate tutti i volumi singoli a questa pagina:

Voi avete mai letto qualcosa di Douglas Adams?
Avete visto il film ispirato al libro?
Fatemi sapere!

Vi mando un bacione,
Silvia 💕

5 marzo 2018

Blankets - Craig Thompson {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Oggi torniamo a parlare di graphic novel perché recupero la recensione di un librone che ho letto a Gennaio, ovvero Blankets di Craig Thompson. Sicuramente uno dei fumetti visivamente più belli che io abbia visto (anche se, come sapete, non sono molto esperta). Ecco la mia esperienza di lettura. 

blankets craig thompson recensione no spoiler felice con un libro

Titolo: Blankets
Autore: Craig Thompson
Editore: Rizzoli Lizard
Data pubblicazione: 2003
Pagine: 592 

Blankets è un libro autobiografico che racconta, sotto forma di fumetto, l'infanzia e l'adolescenza dell'autore. 
I temi cardine della narrazione sono due, il primo è quello religioso, che ricorre in continuazione in tutto il libro: Craig è cresciuto in una famiglia estremamente credente, troppo credente, e ciò ha causato molte conseguenze nel modo di pensare e agire del protagonista. La Bibbia e gli insegnamenti della Chiesa sono diventati per lui una vera ossessione e hanno condizionato la sua esistenza per moltissimo tempo.
L'altro tema fondamentale del libro è invece quello del primo amore: Blankets racconta la dolcissima storia tra Craig e Raina, che si staglia come un faro ad illuminare l'adolescenza dei due innamorati.

La storia di Blankets quindi non ha niente di straordinario di per se, ma quello che colpisce è il modo in cui l'autore riesce a narrarla.
A partire dalle tavole, che sono davvero meravigliose. Il tratto è libero, per niente preciso, e questo rende l'opera espressiva in maniera incredibile.
Non avevo mai visto dei disegni capaci di suscitare emozioni e sensazioni come quelli dell'autore.


Thompson è un disegnatore eccezionale e rende questo libro un vero piacere per gli occhi.

I disegni dell'autore inoltre vengono enfatizzati ancora di più dal fatto che Blankets è un fumetto con pochissima componente scritta: ci sono alcune pagine che ne sono completamente prive, che eppure parlano più di tante parole.

Queste immagini silenziose, in cui le frasi sono superflue e l'unica cosa che il lettore deve fare è osservare, rendono la lettura molto "mentale", rilessiva.
Nella prefazione si fa cenno al fatto che questo libro racconti effettivamente i silenzi, quei momenti nella nostra vita in cui siamo liberi di pensare e formare le nostre idee, riflettere sul mondo e sulle nostre azioni. Non è un caso che uno dei soggetti preferiti dell'autore sia la neve, che bianca e soffice ricopre ogni cosa, ogni colore, ogni rumore.

In questo libro anche l'autore riflette insieme a noi: interiorizza tutto quello che ha vissuto; non ci mostra solo i fatti nudi e crudi ma tutte le sensazioni e i pensieri che lo hanno accompagnato nelle sue scelte.
Quello che ne risulta è una narrazione molto seria, che sa essere commovente ma anche dolcissima. Raina e Craig non appaiono come due giovani adolescenti ma piuttosto come adulti, capaci di pensieri molto profondi, forse anche troppo, per la loro età.

Craig Thompson riversa quindi se stesso nella sua opera, e ciò è evidente nei suoi disegni e nelle emozioni che il libro riesce a trasmettere. Sentiamo l'oppressione troppo forte della religione che rischia di schiacciare il protagonista, percepiamo la sua lotta interiore per capire la verità, cosa sia giusto e cosa sbagliato, e sentiamo nascere un amore smisurato per Raina, che diventa quasi adorazione.

La sensazione che ho provato, dopo la conclusione della lettura, è stata quella di conoscere l'autore da sempre.

Sono felice di essermi dedicata a Blankets, è uno dei fumetti migliori che abbia mai letto, soprattutto perché lo vedo come un'opera grafica pura, che poteva essere concepita e apprezzata solo come tale, con quelle meravigliose tavole ad accompagnarla.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞 e mezzo
4,5

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E voi avete letto questo libro? Cosa ne pensate?
Vi mando come sempre un bacione,

Silvia 💙

26 febbraio 2018

Le braci - Sándor Márai {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,

bentornati sul blog. Oggi vi parlo di un libro Adelphi sul quale avevo molte riserve: è un romanzo che è stato riscoperto di recente ed è diventato molto famoso. Dalla trama non credevo mi sarebbe piaciuto più di tanto, ma mi sbagliavo: probabilmente il miglior libro del 2018 fino ad ora. Ecco tutto quello che penso su Le braci di Sándor Márai.

le braci sandor marai recensione no spoiler felice con un libro

Titolo: Le braci
Autore: Sándor Márai
Editore: Adelphi
Data pubblicazione: 1942 / 1998
Pagine: 172

Le braci racconta la storia di un'amicizia, quella tra Henrik e Konrad, spezzata all'improvviso. Ma cosa può aver spinto due uomini che hanno scelto di crescere insieme come fratelli a separarsi? Quarantun'anni sono passati. Quarantun'anni dall'ultima volta in cui si sono visti. Da quel momento il protagonista, Henrik, ha vissuto quasi confinato nel suo enorme castello, mentre Konrad ha viaggiato per il mondo. Adesso però quest'ultimo è tornato e, nonostante i due siano ormai anziani, ci sono ancora delle questioni in sospeso che necessitano di essere risolte, questioni che hanno a che fare con una terza persona: Krisztina.

La trama incuriosisce, sottolinea l'alone di mistero che aleggia in tutta la narrazione ma, come ho già detto, non rende minimamente l'idea di cosa possa essere questo libro.
Ci sono sì nel romanzo degli eventi da scoprire, e la storia si basa completamente su una fatidica domanda: cosa è successo il 2 Luglio del 1899, quarantun'anni prima del momento in cui inizia la narrazione? Una domanda questa che, più che incuriosire, ossessiona il lettore, che viene avvolto dalla tensione pagina dopo pagina.
Ed è tutto merito di Márai se la sensazione di suspense non ci abbandona mai, perché riesce ad intrecciare la narrazione in modo magistrale. Qualche flashback qua e la, episodi interrotti a metà, personaggi che non vengono chiamati per nome ma per epiteti: il generale, l'ospite, l'ufficiale.. Márai ci fa credere che il momento clou della rivelazione sia arrivato e poi puf, smonta tutto; ci tiene sulle spine, vuole farci raggiungere il massimo della tensione possibile, perché sa che quello che poi avrà da dire sarà incredibile.

Se pensate infatti che questa sia una delle tante storie di amicizia o tradimento, vi assicuro che vi sbagliate. Le braci è un libro che parla delle pulsioni umane.
Proprio così. Mentre la prima parte si occupa di creare l'ambientazione della storia, di incuriosire e trascinare il lettore al limite dell'accettabile (oltre il quale il libro diventerebbe quasi noioso), all'improvviso c'è un cambio di registro e la narrazione si trasforma in un lunghissimo, bellissimo e dolorosissimo monologo.

In questa seconda parte le passioni che governano l'uomo sono le protagoniste. Márai riesce a sviscerare totalmente l'animo umano, le sensazioni, le emozioni, le pulsioni. E per quanto mi riguarda, parla direttamente al cuore.
Il generale è un uomo anziano, che ha avuto 40 anni per riflettere sulla vita, sulla morte, sul destino, sul bene, sul male. E il risultato è che riesce a raccontarci concetti che sembrano inesprimibili. A esprimerli in parole.

Cosa porta un uomo ad agire in un determinato modo? E quanto di ciò che subiamo, di ciò che ci accade è veramente importante?
Quanta oscurità c'è nell'animo?
Se un amico desidera vendetta è un vero amico? Se un uomo pretende fedeltà ama veramente?


Márai descrive i legami tra gli uomini quasi come fossero qualcosa di ultraterreno. Quelli forti, quelli veri, fatti di sensazioni reciproche e attimi di comprensione, sono indistruttibili.

Le braci
è un libro disarmante e illuminante, e io mi sono davvero commossa nella lettura.

È uno di quei libri che ritengo indispensabili per me, perché mi ha permesso di riflettere su concetti ai quali probabilmente non avrei mai pensato da sola, perché mi ha lasciato qualcosa: delle domande a cui dare risposta  (o che forse la risposta la danno già di per se), delle cose a cui pensare.
Sono davvero sicura che alcuni passi di questo libro mi torneranno spesso in mente.

Fatevi un favore e leggetelo tutti.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞🌞
5

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E voi avete letto niente di Sándor Márai? Io voglio recuperare un po' tutti i suoi libri quindi avanti con i consigli!

Vi mando come sempre un bacione,
Silvia 💜

19 febbraio 2018

Memorie di una geisha - Arthur Golden {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,
bentornati sul blog. Oggi vi recensisco un libro che ho letto grazie ai consigli di molti di voi, che mi siete venuti in aiuto quando ero sommersa di titoli e non riuscivo a decidere quale iniziare.
Con mia grande sorpresa mi avete straconsigliato Memorie di una geisha di Arthur Golden, che tra l'altro mi aspettava sullo scaffale da ben due anni! Anche per questo ho deciso di seguire il consiglio; risultato: ho scoperto un libro bellissimo, affascinante e perfetto per ogni tipo di lettore.

memorie di una geisha arthur golden recensione no spoiler felice con un libro

Titolo: Memorie di una geisha
Autore: Arthur Golden
Editore: TEA
Data pubblicazione: 1997
Pagine: 563

Sayuri, un'importante geisha di Kyoto, ci racconta in questo libro la sua vita, dall'infanzia fino alla vecchiaia. Quando inizia il suo racconto, la protagonista è una bambina di otto anni con una caratteristica molto inusuale: i suoi occhi sono di un grigio trasparente, quasi impossibili da trovare in Giappone (e anche nel resto del mondo direi). In seguito ad alcuni importanti problemi familiari essa viene venduta e portata a sua insaputa a Kyoto per essere affidata alla famiglia Nitta e addestrata a diventare una geisha.

Attraverso la storia di Sayuri, Arthur Golden ci spalanca davanti le porte di un mondo misterioso e semi sconosciuto. Scopriamo cosa significhi vivere a Gion, il quartiere delle geishe di Kyoto e in particolare in una okiya, un'abitazione in cui si ricrea una sorta di famiglia artificiale, nella quale ogni componente ha uno scopo e un dovere ben preciso. Veniamo a conoscenza dell'esistenza della scuola per geishe, che dura tutta la vita, nella quale insegnano, tra le altre cose, a suonare e danzare. Scopriamo che il cammino per le apprendiste desiderose di diventare geishe è duro e faticoso, fatto di sacrifici e obbedienza, ma ci rendiamo anche conto che in Giappone ci sono geishe molto potenti e ben più ricche di gran parte della popolazione.

Ma cos'è una geisha? La storia di Sayuri risponde ampiamente a questa domanda e lo fa con un racconto commovente e affascinante.
Sayuri non è una geisha come tante, è una ragazza che proviene da un piccolo paesino, cresciuta con i valori della famiglia e dell'amore; per lei è molto difficile seguire le regole e le imposizioni di Gion, perché è incapace di nascondere i propri sentimenti. Ed è proprio questo aspetto a far si che questo libro, narrato da lei in prima persona, risulti avvincente e toccante: raccontando la sua storia e il mondo delle geishe Sayuri ci confessa il suo spaesamento, il suo dolore, la sua determinazione e il suo coraggio. In mezzo alle descrizioni di Gion, delle cerimonie del te e degli spettacoli teatrali quindi, ci racconta anche la forza delle sue emozioni, ci parla di amore, di affetto, di speranze e desideri.

Arthur Golden riesce a creare un romanzo dosato perfettamente: da un lato le avvincenti avventure della protagonista rendono il lettore curioso e desideroso di proseguire, per scoprire cosa succederà; dall'altro egli rimane affascinato, quasi estasiato di fronte alle decine e decine di cose nuove che apprende, di fronte ad un mondo completamente nuovo ed estraneo. In ogni capitolo c'è qualcosa di diverso da scoprire, e la scrittura fluida di Golden rende la lettura estremamente interessante.

Memorie di una geisha è uno di quei romanzi che riesce ad assorbire completamente il lettore: ci si perde in mezzo alle strade di Kyoto, ai ricevimenti, alle feste, alle lezioni. La vita della protagonista ci scorre davanti insieme ai capitoli senza che ce ne accorgiamo. E si arriva alla fine delle quasi 600 pagine per poi domandarsi: come, e adesso? Perché non se ne ha abbastanza di quelle atmosfere, di quel racconto esaltante che ci fa evadere dalla quotidianità che conosciamo e ci immerge in una realtà completamente nuova.

Memorie di una geisha è un romanzo fittizio che però sembra reale, tanto da chiedersi a fine lettura se l'autore si sia davvero inventato tutto, se non esista da qualche parte quella dolce Sayuri a cui tanto ci si affeziona durante la narrazione.
La risposta è: forse, ma probabilmente no.
L'autore nei ringraziamenti cita una geisha come fonte delle sue informazioni: Mineko Iwasaki.
Risulta però che, in base agli accordi stabiliti, Golden non avrebbe dovuto esplicitarne il nome; per questo motivo ha ricevuto una denuncia dalla geisha stessa, che afferma che il romanzo è inventato.
La verità non possiamo saperla, probabilmente sta nel mezzo.

Una cosa però è certa: la storia di Sayuri mi è rimasta nel cuore e la porterò sempre con me.

VOTO: 🌞🌞🌞🌞🌞
5

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E voi avete letto Memorie di una geisha? Cosa mi sapete dire del film?
Un bacione,

Silvia 💗

12 febbraio 2018

Sylvia - Leonard Michaels {Recensione no-spoiler}

Buongiorno a tutti lettori,
bentornati sul blog. Come forse sapete, da qualche settimana e fino al 15 Febbraio gli Adelphi sono scontati del 25% nella maggior parte delle librerie fisiche e online. Approfittando di questa offerta ho comprato alcuni libri, tra cui quello che vi recensisco oggi: Sylvia di Leonard Michaels.
Non è tra i titoli più conosciuti ma mi ha incuriosita molto la copertina, nonché la quarta di copertina. Ve ne parlo qui.

sylvia leonard michaels recensione no spoiler felice con un libro

Titolo: Sylvia
Autore: Leonard Michaels
Editore: Adelphi
Data pubblicazione: 1992 / 2016
Pagine: 129

Sylvia è un romanzo narrato in prima persona sotto forma di memoir, ispirato alla storia vera del suicidio della prima moglie dell'autore. Leonard Michaels ci racconta all'incirca tre anni della sua vita: dal 1960 fino al 1963. Quando inizia a raccontare l'autore è un ventisettenne in crisi, incerto sul proprio futuro, incapace di trovarsi un lavoro; ha appena lasciato un corso post universitario e coltiva un unico desiderio: scrivere.
È in questo periodo che Leonard conosce Sylvia, la Sylvia del titolo che sarà il fulcro di tutta la storia.
Sylvia è Sylvia Bloch, la prima moglie di Michaels, e nel 1960 è una ragazza di diciannove anni con lunghi capelli neri che vive in uno squallido appartamento del Greenwich Village di New York. Tra lei e Leonard scatta un colpo di fulmine, trascinante e totale, e in poco tempo i due si ritrovano legati l'uno all'altro in una storia d'amore turbolenta e distruttiva.

La prima metà di questo libro è un concentrato di atmosfere e sensazioni particolari. Leonard Michaels ci presenta Sylvia senza tanti preamboli, con i suoi comportamenti strani e le sue manie che mettono in chiaro sin da subito che c'è qualcosa che non va, che questa non sarà una relazione tradizionale. Sylvia è paranoica, ossessiva, esagerata, ai limiti dell'isteria. L'autore racconta i fatti così come sono, non cerca di giustificare o giustificarsi, né di addolcire la pillola.
Utilizza uno stile diretto e conciso, fatto di frasi brevi e continui segni di interpunzione, come se ricordare troppo a lungo o con troppa nitidezza fosse eccessivamente doloroso.
Tutto ciò di cui Michaels parla però, è occasione per riflettere su qualcosa
C'è un contorno alla storia, tanti particolari, tanti elementi su cui l'autore si sofferma: ci sono le descrizioni dell'ambiente Newyorchese degli anni 60, l'effetto catartico dei cinema, le droghe, la musica e i concerti, c'è il desiderio di scrivere e il rapporto con la scrittura, la frenesia, la paura del futuro. 

"C'era stata un'evoluzione della sensibilità, un contagio visionario derivato forse dalle droghe - marijuana, eroina, stimolanti, tranquillanti-, la poesia della conversazione corrente. Un bizzarro delirio aleggiava nell'aria ed emanava dai corpi indolenti e sensuali che si accalcavano in MacDougal Street."


È per questo motivo, per i continui spunti di riflessione e l'inserimento della storia in un preciso contesto sociale, che la prima metà della mia copia del libro è quasi tutta sottolineata.

A parer mio c'è invece un evidente scarto tra questa prima parte e la seconda.
C'è un momento in cui Sylvia prende il sopravvento su tutto, la narrazione si focalizza quasi esclusivamente su di lei e diventa un'incessante ripetizione di liti, urla, paranoie, scenate incomprensibili, seguite da notti di sesso compulsivo.
Non ci sono quasi più le riflessioni verso l'esterno, e se ci sono, sono in relazione a lei.
Il lettore viene trascinato in questo vortice senza sapere quando finirà o se finirà e la lettura prosegue più lenta e sempre più cupa.
Lo stile si fa ancora più asciutto e sembra che Michaels in alcuni momenti si limiti ad elencare gli eventi in modo meccanico. Ho percepito un certo distacco dell'autore, come se non avesse riversato tutto se stesso in queste pagine.

Immagino che scrivere una storia del genere sia stato molto difficile e doloroso, ma in questa seconda parte si sente che manca qualcosa.
Quando iniziamo a leggere sappiamo già quale sarà il tragico epilogo della storia, ce lo dice la quarta di copertina, ce lo dice la realtà dei fatti. Quello che spinge il lettore a leggere il romanzo è quindi la volontà di capire quali eventi, quali situazioni, hanno portato a questa orribile conseguenza. E cosa significhi per l'autore affrontarla.

Per quanto mi riguarda questo viene spiegato solo a metà. La narrazione in prima persona non permette di comprendere appieno i comportamenti e i pensieri di Sylvia, che quindi rimane una ragazza ossessiva e disturbata, che vive nel proprio inferno personale, di cui però non sappiamo quasi niente. Vediamo solo gli effetti che i suoi comportamenti hanno sul marito, il quale però non esprime fino in fondo i suoi sentimenti. La narrazione di Michaels non mi sembra quella di un diario, ma piuttosto di una lista in cui appuntare gli avvenimenti della propria vita per analizzarli, per dare loro un ordine, un senso forse, per liberarsi di ricordi che pesano troppo.

"A volte Sylvia era felice e spiritosa, ma è più facile ricordare i brutti momenti. Erano più clamorosi; e, rispetto a ciò che amavo, ora fa meno male ricordarli."

Se alla prima parte avrei dato cinque stelline, alla seconda ne avrei date tre.

Questo non significa che il libro non mi sia piaciuto in generale.
Sylvia è la storia di un amore malato, ossessivo, ma in mezzo alla spirale di eccessi e paranoie che l'autore ci descrive, si possono comunque riconoscere, anche se molto amplificati, i comportamenti di tutte le coppie moderne: la gelosia, il possesso, le ripicche, piccole incomprensioni che si trasformano in liti furiose.

Non c'è dubbio però che in questo caso la relazione tra i due giovani sia folle. Sylvia è una persona malata che ha bisogno di cure e assistenza, e un po' mi fa arrabbiare pensare a quante volte problemi del genere vengano presi sottogamba, considerati passeggeri o addirittura normali, giusti. È per questo che il libro può risultare anche un po' disturbante, fastidioso, in certi punti. È normale porsi delle domande: Leonard continua a stare con Sylvia per compassione o perché la ama? E se la ama perché non fa qualcosa per aiutarla?
Questo non sono riuscita a spiegarmelo, il comportamento dell'autore non è chiaro fino in fondo, o almeno non per me.

Lungi da me comunque giudicare, non posso neanche immaginare cosa Michaels possa aver provato a vivere e poi a mettere su carta questa situazione. Sylvia era stato scritto in forma di racconto poco dopo il tragico evento del suicidio, e nei trenta anni successivi è stato ampliato e riadattato in forma di romanzo. Mi viene un po' il magone a immaginare Leonard Michaels così, intento a scrivere e rimuginare per tanti anni.

VOTO: 🌞🌞🌞e mezzo
3,5

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Voi avete letto questo libro? Vi incuriosisce?
Io non escludo di rileggerlo un giorno, per capire se ci sono delle sfumature in più da cogliere.

Vi mando un bacio,
Silvia 💘